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Come avviare una politica di open data in un Comune: guida passo passo

Questa guida accompagna un Comune che parte da zero nell'apertura del proprio patrimonio informativo. Mette insieme la parte amministrativa (delibere, regolamenti, responsabilità) e quella tecnica (formati, metadati, pubblicazione) senza dare nulla per scontato, sulla base della normativa italiana ed europea vigente e delle prassi dei portali nazionali.

L'idea di fondo: aprire i dati non è prima di tutto un problema tecnologico, ma un cambio di postura organizzativa. La tecnologia (un catalogo, un convertitore di formati) è la parte facile; la parte che fa la differenza è decidere chi è responsabile, quali dati aprire, con che ritmo e con quali garanzie verso i cittadini.

A chi serve questa pagina. Se la scheda di maturità del tuo ente segna «Dato insufficiente» o un punteggio molto basso, è perché sul catalogo nazionale non risultano (ancora) dataset valutabili. Non è un giudizio: è il punto di partenza tipico. Segui gli otto passi qui sotto per avviare la pubblicazione; i collegamenti dalla scorecard ti portano direttamente alla sezione che risolve ciascun gap.

Il quadro di riferimento in due minuti

La norma cardine è il D.Lgs. 36/2006, che recepisce la Direttiva europea sull'apertura dei dati e il riutilizzo dell'informazione del settore pubblico, aggiornato dal D.Lgs. 200/2021 (trasposizione della Direttiva (UE) 2019/1024, la «Direttiva Open Data»). A questo si affianca il Codice dell'Amministrazione Digitale (CAD, D.Lgs. 82/2005), che definisce i dati di tipo aperto (disponibili a tutti, accessibili con tecnologie digitali, gratuiti), istituisce il Responsabile per la Transizione Digitale e impone l'uso di formati aperti. Sul versante della trasparenza interviene il D.Lgs. 33/2013, che impone già oggi la pubblicazione in formato aperto di molti dati comunali.

A livello europeo, il tassello più recente è il Regolamento di esecuzione (UE) 2023/138 sui «dati di elevato valore» (High-Value Datasets), applicabile dal 9 giugno 2024: individua sei categorie di dati da rendere disponibili come open data con modalità rafforzate (API, licenze aperte specifiche, metadati standard). Le indicazioni operative sono raccolte nelle Linee Guida Open Data di AgID (2023, in attuazione dell'art. 12 del D.Lgs. 36/2006): distinguono i requisiti obbligatori dalle raccomandazioni e coprono formati, metadati, licenze, pubblicazione e organizzazione.

Tre principi attraversano tutto: i dati devono essere in formato aperto (pubblico, documentato, indipendente dagli strumenti necessari a usarlo), leggibili meccanicamente e disponibili gratuitamente (o al più ai costi marginali di riproduzione). Utili anche i principi FAIR (reperibilità, accessibilità, interoperabilità, riusabilità) e il modello a cinque stelle, che descrive la scala di maturità dal PDF online fino ai linked open data.

Step 1 — Costruire la governance e formalizzare la volontà politica

Il primo passo non si fa al computer ma in giunta. Senza un mandato chiaro e una responsabilità assegnata, ogni iniziativa open data si esaurisce dopo i primi mesi.

Il punto di partenza è la nomina (o la verifica) del Responsabile per la Transizione Digitale (RTD), obbligatoria per tutte le PA ex art. 17 del CAD. L'RTD coordina la trasformazione digitale dell'ente — inclusi accessibilità, riuso e open data — e deve essere una persona interna (esclusi i consulenti esterni). Di norma: la Giunta individua con delibera l'Ufficio per la Transizione Digitale, poi il Sindaco nomina il responsabile con decreto o determina. Nei Comuni privi di dirigenti, le funzioni possono essere affidate a un dipendente apicale o a un titolare di posizione organizzativa.

Attorno all'RTD conviene costituire un gruppo di lavoro trasversale: i dati vivono dispersi negli uffici (tributi, anagrafe, urbanistica, lavori pubblici, ambiente, polizia locale). Servono almeno un referente per ciascun settore che produce dati significativi, il supporto del DPO per i profili privacy e, se presente, il referente dei sistemi informativi.

Sul piano degli atti, due livelli. Una delibera di indirizzo della Giunta che dichiara l'open data come politica dell'amministrazione, fissa obiettivi e tempi e adotta una licenza di riferimento. E, idealmente, un regolamento comunale sulla valorizzazione del patrimonio informativo, che disciplina in modo stabile ruoli, processi di pubblicazione, criteri di qualità e gestione delle richieste di riutilizzo. Il regolamento non è obbligatorio per partire, ma rende il processo ripetibile e indipendente dalle persone.

Step 2 — Censire il patrimonio informativo

Non si può aprire ciò che non si sa di avere. Il secondo passo è una ricognizione sistematica dei dati detenuti dall'ente, settore per settore.

Per ciascun insieme di dati il gruppo annota poche informazioni essenziali: di cosa si tratta e a cosa serve, quale ufficio lo detiene, in quale sistema o formato è conservato (un gestionale, un foglio di calcolo, un database), con quale frequenza viene aggiornato, se contiene dati personali e a quale base normativa risponde. Non serve la perfezione: serve una mappa onesta dello stato di fatto.

La ricognizione fa emergere i dataset «facili» — già strutturati e senza criticità privacy — da cui conviene cominciare, e al tempo stesso i silos, le duplicazioni e i dati di bassa qualità su cui lavorare nel tempo. Scoprire che molti dati esistono solo in PDF o dentro applicativi chiusi è il punto di partenza tipico, non un fallimento.

Step 3 — Scegliere e prioritizzare i primi dataset

Aprire tutto subito è un errore: si rischia di pubblicare male e di perdere slancio. Meglio selezionare un primo nucleo di dataset ad alto valore e basso attrito.

Tre criteri aiutano a scegliere. Il primo è l'obbligo normativo: alcuni dati vanno comunque pubblicati in formato aperto per la trasparenza (contratti e appalti, bilanci, contributi e sovvenzioni, ex D.Lgs. 33/2013), quindi tanto vale farlo bene come open data. Il secondo è l'appartenenza alle categorie di dati di elevato valore del Regolamento (UE) 2023/138: dati geospaziali, osservazione della terra e ambiente, meteorologici, statistici, su imprese e proprietà, sulla mobilità. Per un Comune i più ricorrenti sono i geospaziali (toponomastica, numeri civici, aree verdi, piano urbanistico) e quelli sulla mobilità (trasporto pubblico locale in formato GTFS, ZTL, parcheggi). Il terzo è la domanda reale: quali dati chiedono cittadini, associazioni, giornalisti, imprese e altri uffici.

Una buona prima ondata per un piccolo o medio Comune: punti di interesse e servizi sul territorio, dati di bilancio strutturati, orari e fermate del trasporto pubblico, aree verdi e spazi pubblici, dati su rifiuti e raccolta differenziata. Dataset comprensibili, utili e generalmente privi di dati personali.

Step 4 — Bonifica, tutela della privacy e qualità

Prima di pubblicare, ogni dataset va preparato. È il passaggio che protegge l'ente e i cittadini, e quello più spesso sottovalutato.

La verifica più importante riguarda i dati personali. Gli open data sono per definizione riutilizzabili da chiunque, anche per fini commerciali: tutto ciò che permette di identificare una persona, direttamente o indirettamente, va escluso o efficacemente anonimizzato. Anonimizzare non è cancellare il nome: occorre evitare anche le combinazioni di campi che, incrociati, riconducono a un individuo. Nei casi dubbi si coinvolge il DPO e, se opportuno, si svolge una valutazione d'impatto. Meglio rinunciare a un dato che pubblicarne uno re-identificabile.

In parallelo si lavora sulla qualità: coerenza dei valori, campi obbligatori presenti, date e riferimenti corretti, assenza di duplicati ed errori sistematici. Conviene fissare una struttura stabile dei file (intestazioni chiare e costanti, codifiche standard, unità di misura esplicite): chi riutilizza i dati costruisce applicazioni che si rompono se la struttura cambia a ogni aggiornamento.

Step 5 — Formati aperti e licenza

Le Linee Guida sono chiare: i dati devono essere in formato aperto e leggibile meccanicamente. Concretamente, preferire CSV o JSON ai fogli di calcolo proprietari e, per i dati geografici, formati come GeoJSON, GML o Shapefile. Il PDF, salvo quando è inevitabile per i documenti, non è un buon formato aperto: i dati non se ne estraggono agevolmente. Per i dati di elevato valore il Regolamento europeo chiede in più la disponibilità tramite API e il download massivo (bulk download).

Sulla licenza la regola d'oro è la massima apertura compatibile con le esigenze dell'ente. Le opzioni standard sono la dedica al pubblico dominio (CC0), che azzera ogni restrizione, oppure la Creative Commons Attribuzione (CC BY 4.0), che consente qualsiasi riuso chiedendo solo di citare la fonte; in Italia è diffusa anche la IODL 2.0, assimilabile a una CC BY. Per i dati di elevato valore il Regolamento (UE) 2023/138 impone proprio CC0 o CC BY 4.0 (o licenze equivalenti o meno restrittive). La scelta va fatta una volta sola, dichiarata nella delibera e applicata uniformemente a tutto il catalogo.

Step 6 — Metadatare secondo DCAT-AP_IT

Un dato senza metadati è un dato che nessuno troverà. I metadati descrivono il dataset: titolo, descrizione, ente titolare, tema, frequenza di aggiornamento, licenza, punto di contatto, formato delle distribuzioni.

In Italia lo standard obbligatorio è il profilo DCAT-AP_IT, estensione nazionale dello standard europeo DCAT-AP. Adottarlo è la condizione perché il dataset confluisca nel catalogo nazionale e, da lì, nel portale europeo. Il profilo modella il catalogo dell'ente, i dataset e le distribuzioni (i singoli file o servizi), ciascuno con proprietà precise; esistono guide pratiche con esempi nelle diverse serializzazioni (JSON-LD, RDF/XML, Turtle). Per i dati territoriali si applicano inoltre i modelli INSPIRE e va alimentato il Repertorio Nazionale dei Dati Territoriali (RNDT).

Consiglio pratico: non metadatare a mano file per file, ma adottare uno strumento (vedi passo successivo) che gestisca i metadati in modo conforme fin dall'origine.

Step 7 — Pubblicare e federarsi con il catalogo nazionale

I dati vanno messi online in un catalogo consultabile, non sparsi in pagine diverse del sito.

Lo strumento di riferimento per gli enti italiani è CKAN, la piattaforma open source su cui si basa anche il portale nazionale; un plugin la rende conforme al profilo DCAT-AP_IT. Un Comune può attivare una propria istanza CKAN (anche tramite soluzioni regionali o fornitori) oppure aderire a un catalogo aperto messo a disposizione da Regione o enti sovracomunali, spesso la via più rapida ed economica per i Comuni piccoli.

Quando il catalogo è online e i metadati sono conformi, si procede alla federazione con dati.gov.it tramite harvesting: il catalogo nazionale interroga periodicamente in automatico quello del Comune e ne importa i metadati. La prima volta l'amministrazione comunica alla redazione di dati.gov.it l'URL del proprio catalogo e la modalità di harvesting (RDF DCAT-AP_IT, CKAN o CSW). Da lì gli aggiornamenti sono raccolti automaticamente e i metadati confluiscono anche nel portale europeo (data.europa.eu). Un controllo utile prima di chiedere la federazione è verificare il file dei metadati esposto dal catalogo (tipicamente a un indirizzo come dati.comune.xxxx.it/catalog.rdf).

Step 8 — Mantenere, aggiornare e coltivare il riuso

La pubblicazione non è il traguardo: è l'inizio. Un catalogo che non si aggiorna perde valore e credibilità in pochi mesi.

Sul piano della manutenzione, per ogni dataset va dichiarata e rispettata una frequenza di aggiornamento. Quando i dati nascono da un applicativo gestionale, l'obiettivo a tendere è automatizzare l'estrazione e l'aggiornamento, così che la pubblicazione non dipenda dal lavoro manuale di una persona. Conviene monitorare l'uso del catalogo (dataset più scaricati, richieste ricorrenti) per orientare le ondate successive.

Sul piano della relazione con chi riutilizza i dati, vale la pena predisporre un canale per le richieste di nuovi dataset e per le segnalazioni di errori, e dare visibilità ai riusi concreti: applicazioni, analisi, progetti civici nati dai dati del Comune. Mostrare che i dati servono davvero è ciò che tiene viva la politica open data dentro l'ente.

Infine, l'ente dovrebbe inserire l'open data nel proprio Piano triennale per l'informatica e svolgere una revisione periodica del catalogo, ampliando la copertura verso i dati di elevato valore e i livelli più alti del modello a cinque stelle.

Checklist sintetica del percorso

  1. Verificare la nomina dell'RTD e costituire il gruppo di lavoro trasversale.
  2. Approvare la delibera di indirizzo con la scelta della licenza e, se possibile, adottare un regolamento comunale.
  3. Censire il patrimonio informativo settore per settore.
  4. Selezionare la prima ondata di dataset secondo obbligo, valore e domanda.
  5. Bonificare i dati, verificare i profili privacy con il DPO e validarne la qualità.
  6. Convertire in formati aperti e applicare la licenza scelta.
  7. Metadatare secondo DCAT-AP_IT.
  8. Pubblicare su un catalogo (CKAN o catalogo regionale) e federarsi con dati.gov.it via harvesting.
  9. Impostare aggiornamento, monitoraggio e ascolto dei riutilizzatori, e pianificare le ondate successive.

Riferimenti normativi e risorse operative

Normativa

D.Lgs. 36/2006 come modificato dal D.Lgs. 200/2021 (riutilizzo dell'informazione del settore pubblico); Direttiva (UE) 2019/1024 «Open Data»; Codice dell'Amministrazione Digitale, D.Lgs. 82/2005 (in particolare artt. 17, 50, 52, 68); D.Lgs. 33/2013 (trasparenza, pubblicazione in formato aperto); Regolamento di esecuzione (UE) 2023/138 sui dati di elevato valore; Direttiva 2007/2/CE INSPIRE e D.Lgs. 32/2010 per i dati territoriali.

Linee guida e guide pratiche

Portali e strumenti

Figura RTD

Questa guida ha carattere informativo e divulgativo; non sostituisce gli atti ufficiali né la consulenza legale. Fare sempre riferimento ai testi normativi e alle linee guida AgID vigenti.